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La Metafora Della Carrozza Di Gurdjieff

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La metafora del grande Gurdjieff dove la Carrozza rappresenta il nostro corpo, mentre i Cavalli sono le nostre emozioni che rappresentano la principale forza trainante della nostra vita.
Cosa accadrebbe se il cocchiere, anziché accudire ogni parte del "mezzo" passasse la maggior parte del suo tempo a ubriacarsi in taverna?
Il primo passo è dunque far tornare il cocchiere alla carrozza per prendersi cura dei cavalli e controllare che l'intera carrozza sia in buono stato, in modo da garantire un viaggio in sicurezza. Solo quando è tutto pronto, dentro la carrozza può apparire il Viaggiatore o il "Padrone", il quale potrà dare indicazioni al cocchiere su dove vuole andare.

Naturalmente i cavalli, così come le emozioni, vanno controllate, altrimenti la carrozza verrà trascinata a caso senza alcuna meta. Per fare questo esiste il Cocchiere, che rappresenta la nostra mente razionale, e guida i cavalli lungo la retta via. Ma nemmeno il cocchiere, seppure molto bravo a condurre la carrozza, sa esattamente dove andare.
Chi conosce la meta? L’unico a sapere veramente dove andare è il Passeggero della carrozza, che rappresenta il nostro Vero Sè, ed è l’unico che può indicare la strada.
La metafora rappresenta molto bene la realtà, basti pensare a come i vari elementi sono collegati: i cavalli sono legati alla carrozza tramite delle staffe rigide, che quindi rendono la carrozza (il nostro corpo) estremamente sensibile al movimento dei cavalli (le emozioni).
Il cocchiere (la mente) comanda i cavalli con le redini, che non sono rigide, quindi il controllo delle emozioni non è sempre così ferreo ed efficace. Ci vuole esperienza e concentrazione per tenere a bada i cavalli.
Il grande problema è che il cocchiere riceve gli ordini dal passeggero solo attraverso la voce, che è un collegamento molto labile e soggetto ad interferenze. E’ esattamente quello che succede: di solito la nostra mente agisce da sola senza ascoltare il proprio Vero Sè (la voce del cuore), confusa dal rumore di fondo rappresentato nella metafora dal frastuono causato dalle ruote e dagli zoccoli sul terreno, e nella realtà dai pensieri compulsivi e incontrollati che affollano continuamente la nostra mente.
Siamo come una carrozza senza il Passeggero, lasciata a se stessa, in balia delle emozioni e di una mente incapace di controllarla, frastornata com’è dal rumore continuo dei pensieri compulsivi.
Di fatto dormiamo, e non ce ne rendiamo conto mentre dovremmo prendere il controllo della carrozza e l’unica maniera possibile è quella di eliminare le interferenze, il rumore di fondo che affolla la nostra mente, ricordarci chi siamo veramente e dove vogliamo andare, prendendo coscienza del fatto che non siamo nè il corpo, nè la nostra mente.




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